Lunedì, 02 Marzo 2020 09:23

ANCORA UNA VOLTA PER PRIMI SUL TEMA CONCORSI PUBBLICI: VITTORIA AL T.A.R. SUL CONCORSO CHE HA VISTO PARTECIPARE 115.000 ASPIRANTI FUNZIONARI GIUDIZIARI.

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La prima Sezione del Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati Michele Bonetti e Santi Delia sul concorso di reclutamento per 2.329 unità per il profilo di funzionario giudiziario.

In 115.000 avevano presentato la domanda per presentarsi alla prima prova in “appena” 35.000 candidati. Quasi 7.000 gli ammessi alla seconda prova.

Alcuni esclusi hanno ricorso al TAR che, avallando la tesi degli Avv. Michele Bonetti e Santi Delia, ha accolto la domanda cautelare consentendo ai nostri ricorrenti di ottenere l’ammissione alle successive prove scritte da cui erano stati esclusi.

A differenza di quanto prospettato in altri ricorsi fondati su altri aspetti e che il T.A.R. ha respinto, la strategia dello studio, questa volta, si è concentrata nell’individuazione di censure specifiche su due quesiti ritenuti errati.

Si trattava, in particolare, dei quesiti nn. 26 (che riguardava il tema dell’obbligatorietà e gratuità dell’insegnamento nel nostro Paese) e 30 riferito alle “forme di raccordo di tipo organizzativo tra Stato e Regioni”.

“La domanda sulla scuola dell’obbligo”, in particolare, chiarisce l’Avvocato Michele Bonetti, founder di Bonetti & Delia, che ha seguito il contenzioso, ci ha letteralmente fatto saltare dalla sedia giacchè, da oltre 15 anni, lo studio annovera tra le specializzazioni particolarmente curate quella del diritto allo studio.

Nonostante sia dato notorio come nel nostro sistema l’istruzione obbligatoria sia impartita per almeno 10 anni e riguardi la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni, il quesito, riferendosi solo nelle risposte al disposto dell’art. 34, 2° comma, della Costituzione, indicava la durata di almeno 8 anni e dunque sino ai 14 anni. In disparte l’errato tecnicismo nella formulazione del quesito che, comunque, non prevedeva nel suo testo di riferirsi al solo dettato costituzionale inducendo, così, in errore i candidati, il tema è evidentemente un altro.

Il giudice amministrativo ha avallato a pieno le censure presentate dagli Avvocati Michele Bonetti e Santi Delia rilevando che “si apprezza la fondatezza del primo dei motivi di ricorso, avuto riguardo alla non chiarissima formulazione delle domande oggetto di contestazione ed alla opinabilità delle risposte indicate dalla Amministrazione come corrette;”

Nei commenti che, da più parti, mi si chiede di rassegnare, da legale che da un decennio segue queste procedure concorsuale a quiz, mi sono sentito di lanciare un monito alle Amministrazioni a cambiare le modalità di somministrazione di questi quesiti pescati, in questo caso da FORMEZ, da loro banche dati (in qualche caso) ormai datate. Non ritengo concepibile, difatti, che il futuro di studio o lavorativo di un cittadino debba essere deciso da un quiz erroneamente formulato senza che nessuno si curi di capire neanche perchè.

La ragione, invero, è sin troppo semplice e, chi scrive, l’ha denunciata ormai 11 anni fa. All’esito del test di ammissione nazionale a Medicina, la lotteria dei quiz impazzì sfornando una batteria con 8 errori poi conclamati da T.A.R. e Consiglio di Stato. Perchè? Semplicissimo. Chi ha fatto quei quiz è lo stesso soggetto che li validati. Li aveva, in altre parole, formulati e poi ha, esso stesso, confermato che fossero corretti e validi ai fini di quella selezione.

Una contraddizione, in termini.

In quella tipologia di test, da allora, si avviò una procedura di validazione successiva alla formulazione che, certamente, fece diminuire il numero degli errori senza tuttavia eliminarla del tutto.

Lo stesso Ministero, il T.A.R. o il Consiglio di Stato, difatti, trovarono errori nei test degli anni successivi, sino a quello del T.F.A. con 23 quiz su 60 errati.

La mancata validazione dei test a quiz, effettuata nei paesi anglosassoni ogni qualvolta debba essere espletata una simile prova, è una delle maggiori lacune presenti in tutte le procedure concorsuali attivate dalla Pubblica Amministrazione e che da anni contestiamo nei nostri giudizi al Tar giacché impedisce la selezione dei migliori. È fondamentale, anche in ragione del fatto che in questi anni si tornerà ad assumere massicciamente con tali procedure concorsuali, che l’amministrazione riveda immediatamente queste banche dati e il sistema di selezione perché profondamente lacunoso”.

Il tema, dunque, non è affatto se quel quiz poteva essere formulato correttamente imponendo ai candidati di limitarsi a ricordare il tempo minimo dell’istruzione obbligatoria in Italia, quanto il fatto che, a parere di chi scrive, non ha senso alcuna la somministrazione di un quesito di questo tipo quando, a ben vedere, la Legge è andata oltre, correttamente, il dato costituzionale.

Se il concorso pubblico è diventato un quiz, ben (a malincuore) venga. Si cambi l’intero sistema di formazione e istruzione e si prepari, sin da allora, la futura pubblica amministrazione a ragionare in tali termini. Successivamente, soprattutto, si eviti pescare quiz enigmistici da banche dati obsolete e non validate in maniera seria e coscienziosa solo perchè, grazie a tali sistemi di appalto, si riesce a risparmiare sulla gestione di un pubblico concorso.

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