Lunedì, 16 Giugno 2008 12:54

Il diritto alla conservazione delle cellule staminali

Le cellule staminali sono cellule primitive non specializzate dotate della singolare capacità di trasformarsi in qualunque altro tipo di cellula del corpo; questa loro caratteristica consente ai medici di riparare specifici tessuti, di riprodurre organi, di curare gravi malattie sia del donatore sia, in caso di compatibilità, di terzi.
Le cellule vengono conservate perché si prevede che in futuro saranno un elemento di cura contro linfomi, leucemie e tumori, utile nella terapia genica e tissutale, nel trattamento di patologie ereditarie. Per il momento, vengono utilizzate fondamentalmente in alternativa al trapianto di midollo osseo.
Il sangue del cordone ombelicale contiene cellule staminali ma in Italia non soltanto tale sangue non può essere raccolto e conservato per uso “autologo” (cioè per la cura di se stessi) o per malattie già in atto di consanguinei, ma è anche necessario che le banche di raccolta vengano istituite in strutture pubbliche, mentre è vietata l’istituzione di banche presso strutture private, anche se accreditate.

Peraltro, la donazione e la raccolta nelle strutture pubbliche sono attualmente possibili soltanto in alcune regioni. Nella maggior parte dei casi, dopo il parto, il cordone ombelicale viene gettato insieme agli altri rifiuti ospedalieri. In alcuni ospedali, è però possibile richiedere la conservazione delle cellule staminali cordonali. Le cellule staminali possono essere conservate per un massimo di trent'anni, immerse in celle di azoto liquido o di vapori di azoto a -170 / -190°C.

In Italia, esistono banche cordonali presso alcuni istituti pubblici ma, secondo un'ordinanza ministeriale del 2007, "è vietata l'istituzione di banche per la conservazione di sangue dal cordone ombelicale presso strutture sanitarie private"; gli unici laboratori privati gestiti da italiani e geograficamente in territorio italiano sono stati per questo motivo tutti collocati nella Repubblica di San Marino.
Le banche pubbliche sono state istituite per conservare il sangue cordonale dei neonati per cui esiste un'elevata familiarità per alcune gravi patologie - si parla in questo caso di "donazione dedicata" - o per conservare il sangue cordonale che alcuni genitori decidono di donare affinché, in caso di compatibilità, possa essere trapiantato ad un bambino malato - si parla di "donazione eterologa". Nelle banche private, l'unità di sangue prelevata dal cordone ombelicale di un bambino viene invece conservata a suo nome - si parla di "donazione autologa" - e diventa a tutti gli effetti una sua proprietà; il sangue rimane così ibernato fino al momento in cui dovesse servire allo stesso bambino (trapianto autologo) o eventualmente a un suo familiare compatibile.
 
La legislazione in materia di conservazione del sangue del cordone ombelicale è diversa da Paese a Paese, anche nell'ambito dell'Unione Europea: alcune nazioni prevedono solo la donazione eterologa, altre danno libero accesso a tutte le possibilità, e altre ancora hanno vincolato la donazione autologa a particolari criteri.
Il decreto legge 31 dicembre 2007, n. 248 (cd. milleproroghe), autorizzava anche in Italia la raccolta autologa in una struttura privata, previamente autorizzata dalla relativa Regione competente; ma anche in questo caso sono stati definiti precisi criteri che limitano la donazione a terzi e, in ogni caso, non è mai stato emanato il decreto attuativo, atteso entro il 18 giugno scorso.
Le cellule contenute nel cordone ombelicale sono staminali adulte, il cui utilizzo non è più soggetto alle limitazioni e alle controversie etiche riguardanti le staminali embrionali. La normativa non specifica se è consentita anche la conservazione delle staminali cordonali del feto, in caso di interruzione della gravidanza.
Attualmente, la donazione autologa, ovvero la conservazione in strutture private estere, è sempre a carico dei genitori e il costo varia a seconda delle strutture in relazione alle diverse offerte (in termini di gestione del servizio e di durata della conservazione), ma in linea di massima si aggira complessivamente intorno ai 2000-2500 euro per 20-30 anni.
La sottoscrizione di un contratto pluriennale di affido presso una di queste strutture, che sia San Marinese o più in generale estera, avviene generalmente via internet; le stesse inviano poi per posta un kit per il prelievo e per il trasporto del sangue del cordone ombelicale, così come tutte le indicazioni necessarie ai genitori, dalla documentazione relativa alle analisi, alla richiesta da presentare all'ospedale in cui hanno scelto di partorire. In poche parole, dunque, se una madre vuole conservare queste preziose cellule deve trovare la banca di conservazione più vicina al luogo dove partorirà (come se si potesse sempre saperlo con anticipo!), pagare una somma che si aggira intorno ai 2000,00 euro, farsi inviare un kit da utilizzare per la successiva spedizione, parlare preventivamente con l'ostetrica che l'assisterà durante il parto e chiderle la “cortesia” di non gettare il sangue del cordone ombelicale e di inserirlo nella sacca in dotazione del famoso kit.
Il tutto, si badi, con la consapevolezza che tale sforzo potrebbe essere vano; di fatti può accadere che l'ostetrica, che segue più parti contemporaneamnete, non riesca, in buona fede, ad effettuare la conservazione o peggio, la effettui ma non provveda subito alla spedizione; in tal caso le cellule arrivano “morte” al centro di conservazione e gli sforzi, sia della madre che dell'ostetrica, risulteranno del tutto vani.

Tecnicamente, la conservazione autologa ha costi maggiori dell'eterologa poiché la permanenza delle cellule in "ibernazione" dura in media molti più anni, potenzialmente il massimo fra la vita del donatore e il periodo di conservazione (vita utile) delle cellule permesso dalla tecnologia attuale.
Attualmente, è in corso un dibattito "etico" tra conservazione eterologa e autologa in quanto secondo alcuni la prima impone una donazione "forzata" dalla legge, mentre per altri quella autologa è un fattore di spreco, se si considera che una minima parte dei donatori si ammalerà e avrà realmente bisogno delle proprie staminali cordonali.
Una diffusione massiva della conservazione autologa, estesa a tutti i neonati, porrebbe in secondo piano il problema della distruzione - spreco delle staminali non trapiantate nel periodo utile, poiché quasi ogni famiglia avrebbe un donatore compatile in caso di necessità.


Il nostro studio, interpretando il fondamentale diritto alla salute, sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione, anche come diritto alla prevenzione e considerando, come il mondo scientifico insegna, che i limiti alla conservazione delle stesse possono configurare una  lesione del diritto alla cura (soprattutto se si pensa alla donazione a terzi), sta intraprendendo una serie di azioni giudiziarie volte all'ottenimento, su ordine dell'autorità giudiziaria, della piena assistenza alla partoriente da parte dell'ospedale per tutte le procedure di raccolta e conservazione delle cellule staminali.

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