Mercoledì, 11 Febbraio 2015 14:36

Anonimato: il T.A.R. Lazio conferma la fondatezza del vizio con sentenza di merito

Pubblicato in Numero chiuso

Il T.A.R. Lazio, dopo la tanto artatamente pubblicizzata sentenza sul caso Sassari, accoglie il ricorso degli Avvocati Michele Bonetti e Santi Delia ripercorrendo in maniera approfondita e dettagliata il caso anonimato.

Il T.A.R., ove pendono tutti i ricorsi degli studenti, ha in particolare ricordato e confermato la fondatezza del vizio dell'anonimato, sulla base della sentenza del Consiglio di Stato, di qualche giorno antecedente rispetto al peculiare caso Sassari, n. 15/2015.

Come abbiamo sempre affermato, in un quadro giurisprudenziale assai frastagliato, ove, allo stato, assistiamo ad oltre 200 provvedimenti a noi favorevoli della Sezione consultiva, a due sentenze di merito del Consiglio di Stato ed a oltre 60 provvedimenti cautelari dello stesso Consiglio di Stato tutte che affermano e confermano la fondatezza del vizio, oltre alle centinaia di ordinanze e le decine di sentenze del T.A.R. Lazio, del T.A.R. Palermo, del C.G.A. e di altri T.A.R., una sola sentenza (il caso Sassari) non può essere presa a modello per imbastire una campagna del terrore nei confronti degli studenti e delle loro famiglie. Il contenzioso ha, in se, un'alea ineliminabili. Decidono Giudici e quindi persone sulla base del loro personale e libero convincimento.

Questa sentenza, assieme alle altre, dimostra che non v'è altra strada da percorrere se non quella della ferma determinazione nella conferma delle nostre tesi che, con tutte le nostre forze, proveremo sempre a difendere a difesa dei nostri ragazzi e del loro diritto allo studio. Proprio in tal senso, e sempre con invito a tutti i ricorrenti a consolidare la propria posizione con lo studio ed il superamento degli esami, nello stesso giorno, altra sezione del T.A.R. Lazio, sempre in accoglimento del nostro ricorso, ha confermato l'immatricolazione a suo tempo adottata nei confronti dei nostri ricorrenti in virtù del consolidamento, grazie agli anni di studio, della loro posizione.

Entrambe le tesi (anonimato e consolidamento), quindi, sono state accolte.

Secondo il T.A.R. Lazio, "le concrete modalità di svolgimento delle prove preselettive in questione hanno rivelato una effettiva violazione di tali principi" (...) "in quanto ai candidati è stata consegnata una scheda risposte, unitamente ad una scheda anagrafica, tutte recanti il medesimo codice alfanumerico, già di per sé idoneo ad identificare i candidati".

Ed invero, nel caso specifico, il codice di identificazione (“codice a barre di identificazione univoca”, risulta impresso: a) sui moduli delle risposte; b) sull’elenco delle domande; c) sulla scheda anagrafica, in attuazione della stessa lex specialis (D.M. 12 giugno 2013 che, peraltro, espressamente prevede sotto altri profili il rigoroso rispetto del principio dell’anonimato (cfr. art. 9, punto p) del richiamato D.M.).

Orbene, tali modalità erano state già stigmatizzate da alcune decisioni del giudice di primo grado e di quello di appello, secondo cui secondo cui “la presenza di un codice a barre (con l’indicazione sottostante del numero di codice), riportato sia sulla scheda anagrafica di ciascun concorrente, sia sui modelli di questionario a ciascun concorrente consegnati, rende in astratto possibile l’identificabilità dell’autore della prova, anche dopo la conclusione della prova medesima, persino nel momento successivo delle operazioni di esame e valutazione dei questionari. Anche se l’attribuzione di punteggio alla prova è rigorosamente legata al numero di risposte esatte contenute nell’elaborato di ciascun candidato, l’anonimato dell’elaborato (cioè la non identificabilità dell’autore prima dell’attribuzione del punteggio) resta un valore tutelabile, soprattutto allo scopo di prevenire ed evitare eventuali manipolazioni dell’esito della prova. Tale valore è da ritenersi effettivamente tutelato dalle puntuali e minute prescrizioni contenute nelle vigenti disposizioni e norme di settore, che - quando sono integrate da disposizioni di auto-regolamento, come nel caso di specie - non consentono però, in via di principio, procedure tali da rendere possibile a un qualsivoglia addetto alla vigilanza o membro della commissione di seguire la traccia dell’elaborato, identificandone l’autore, come avviene quando la tracciabilità sia consentita dall’identificazione del candidato mediante i codici a barre e numerico, riportati sia sulla scheda recante i dati anagrafici del medesimo (esibita sul banco durante la prova, per consentire alla vigilanza il controllo costante dell’identità del candidato), sia sul modello di questionario consegnato a ciascun candidato. E’ appena il caso di aggiungere che la regola dell’anonimato dei concorrenti sia espressione di un più generale principio di garanzia dell’imparzialità amministrativa” (T.A.R. Molise, 4 giugno 2013, n. 396; C.G.A.R.S., 10 maggio 2013, n. 466; Consiglio di Stato, Sez. II, par. 14 ottobre 2013, n. 4233).

Successivamente, sono intervenute le pronunzie dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato che ha definitivamente chiarito che “nelle prove scritte dei pubblici concorsi o delle pubbliche selezioni di stampo comparativo una violazione non irrilevante della regola dell’anonimato da parte della Commissione determina de iure la radicale invalidità della graduatoria finale, senza necessità di accertare in concreto l’effettiva lesione dell’imparzialità in sede di correzione” (20 novembre 2013, nn. 26, 27 e 28) e che “l’esigenza dell’anonimato si traduce infatti a livello normativo in regole che, per quanto ora rileva, tipizzano rigidamente il comportamento dell’Amministrazione imponendo (come fa ad es. il D.M. 10.6.2010 per la selezione in controversia) una serie minuziosa di cautele e accorgimenti prudenziali, inesplicabili se non sul presupposto dell’intento del Legislatore di qualificare la garanzia e l’effettività dell’anonimato quale elemento costitutivo dell’ interesse pubblico primario al cui perseguimento tali procedure selettive risultano finalizzate. Allorché l’Amministrazione si scosta in modo percepibile dall’osservanza di tali vincolanti regole comportamentali si determina quindi una illegittimità di per se rilevante e insanabile, venendo in rilievo una condotta già ex ante implicitamente considerata come offensiva in quanto appunto connotata dall’attitudine a porre in pericolo o anche soltanto minacciare il bene protetto dalle regole stesse” (20 novembre 2013, nn. 26, 27, 28).

La Sezione, pertanto, si è conformata ai principi di diritto ivi enunciati, recependoli dopo ampio approfondimento nel merito (T.A.R. Lazio, Sez. III, 24 giugno 2014, n. 6681; 18 luglio 2014, n. 7752) anche nelle successive pronunzie cautelari (ex multis T.A.R. Lazio, Sez. III, 18 luglio 2014, n. 3332).

Infine, più di recente, con la decisione n.15/2015 del 5.01.2015 il Consiglio di Stato, sez.VI, ha posto in evidenza che “nella delicata fase della correzione della prova da parte del consorzio Cineca, il codice apposto sulla scheda dei test, in quanto corrispondente a quello stampigliato sulla scheda anagrafica dei candidati, ben avrebbe potuto consentire l’associazione dell’elaborato al nominativo di ciascun candidato; il che è sufficiente a ritenere violato il principio di imparzialità e trasparenza nello svolgimento delle prove selettive ad evidenza pubblica, la cui osservanza va osservata in astratto, senza cioè prova concreta della sua violazione, come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato ”.

In conclusione il ricorso, unitamente ai motivi aggiunti, deve essere accolto, con annullamento delle graduatorie impugnate limitatamente alla parte in cui esclude i ricorrenti o li ammette “con riserva”, con consequenziale accoglimento della domanda volta all’ ammissione dei ricorrenti, in soprannumero, ai corsi di laurea di cui trattasi senza pregiudizio dei candidati utilmente inseriti in graduatoria (cfr. T.A.R. Cagliari, n.230/2013; T.A.R Lombardia, Brescia, sez. II, n. 1352 del 16 luglio 2012; Tar Campania, Napoli, sezione quarta n. 5051 del 28 ottobre 2011; T.A.R. Toscana, sez. I, n. 1105 del 27/6/2011; T.A.R. Sicilia, Palermo, sez. I, n. 457 del 28/2/2012; T.A.R. Sicilia, Catania, sez. III, n. 1528 del 28 agosto 2008; T.A.R. Lombardia, Brescia, ordinanza cautelare n. 972 del 15 dicembre 2011).

T.A.R. Lazio, Sez. III bis, 10 febbraio 2015, n. 2407, T.A.R. Lazio, Sez. III, 10 febbraio 2015, n. 2420

 

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